NATALE DEL SIGNORE: UN NUOVO SOLE CHE SORGE

L'iconografia della Natività tra Oriente ed Occidente

I testi evangelici non forniscono indicazioni sulla stagione della nascita di Cristo ma dall’evangelista Luca desumiamo che doveva trattarsi non di pieno inverno, bivaccando i pastori con gli armenti all'aperto nei dintorni di Betlemme, il luogo prescelto perché il Verbo si palesasse all'umanità, che già nel nome (Betlemme= Casa del Pane) racchiude il riferimento al Pane Eucaristico.

Fino al IV secolo la celebrazione della ricorrenza del Natale del Signore non aveva una data fissa.

Celebrandosi presso i romani in prossimità del solstizio d'inverno, in coincidenza dell'allungamento delle ore di luce e della  regressione di quelle di buio, la festa del Sole Invictus, fissata al 25 dicembre, si provvide a far coincidere con questa data la memoria della nascita di Cristo, Luce del Mondo e Nuovo Sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte.

Nel medesimo giorno aveva luogo la celebrazione del dio Mitra, il cui culto era stato importato a Roma dall'Oriente persiano, divinità compassionevole per certi aspetti, pur se non sostanziali, confrontabili con alcuni della religione di Cristo.

L'importanza della data solstiziale invernale, subito dopo la quale principiava il mese di apertura dell'anno romano dedicato a Giano, la divinità dai due opposti volti (bifronte) con la significazione di porta del tempo, era stata colta dai cristiani anche nel senso che Cristo veniva a costituire la porta attraverso la quale si giunge al Padre e che conduce il Popolo Santo di Dio, il Nuovo Israele, dall'età veterotestamentaria a quella del Luce del Verbo Incarnato nonché la fine del mondo pagano e l'inizio dell'Era nuova inaugurata da Cristo e di cui Esso stesso era principio e fine.

Ogni rappresentazione della Natività o dell'Adorazione dei Pastori e/o Magi esprime la condizione di Nuova Vita che viene dal Bambino Gesù il cui nome, imposto dall'Arcangelo Gabriele a Maria nella casa di Nazareth, in ebraico è Jehoshû'a che vuol dire “Jahveh salva” ad indicazione dell'azione salvifica del Cristo in nome del Padre.  

Nell'iconografia orientale la Natività si svolge all’interno della grotta (indicata negli apocrifi ma non nei Vangeli canonici), a simboleggiare il ventre della terra che per traslato diviene quello della Santa Puerpera, con il Divino Infante strettamente fasciato (narra l'evangelista Luca che ai pastori fu detto che avrebbero trovato un bambino in fasce) come d’uso, ma con fattezze assai più adulte che non un neonato a rappresentare nel Divin Bambino le prerogative della regalità e sacerdotalità che saranno manifeste solo dopo il Battesimo ad opera di Giovanni.  La Vergine-Madre è quasi stesa (sovente appare quasi seduta) su un talleth, il manto di giustizia riservato agli ebrei maschi che lo utilizzano per la preghiera. A Lei che ha generato il Figlio di Dio, cui tutti debbono rivolgersi perché unica porta attraverso cui giungere al Padre, è concesso, unica tra le donne (anche se modernamente, in alcune frange dell’ebraismo particolarmente emancipato, esistono le donne rabbino) tale onore.

Nella greppia, la cui conformazione rimanda al sarcofago-tomba di moltissime rappresentazioni della Resurrezione e dove riferimento alla condizione di morte da cui Cristo risorge sono le bende che fasciano il Bambino, sono presenti (pur se non citati nel testo evangelico) il bue, animale sacrificale per eccellenza e quindi segno di sacerdotalità, e l’asino, segno di umiltà e mansuetudine e cavalcatura di Cristo nel trionfale ingresso a Gerusalemme. 

Sovente nell'iconografia occidentale post-medioevale il luogo della nascita è una capanna, rappresentazione della casa-chiesa, o una rovina della classicità ad esprimere l'innesto, sul trapassato mondo pagano, della nuova linfa vitale che è Cristo.

Il Bambino è spesso ignudo, per esprimere la piena accettazione da parte del Figlio (il Verbo Incarnato) della volontà del Padre a cui Egli stesso si offrirà in sacrificio perpetuo morendo sulla croce, dove sarà inchiodato spogliato delle vesti, ed essendo deposto, come prescriveva la tradizione ebraica nudo, avvolto nel sudario, nel sepolcro da cui risorge.

La Sua culla è l’evangelica mangiatoia che ne indica  l'umiltà. Nella tradizione bizantina essa è però conformata a sarcofago lapideo a richiamare il destino sacrificale dell’Infante.

Se posto in grembo alla Santa Madre esplicita la Vita (Egli stesso) che nasce dal ventre di Maria e la perfetta unione di Cristo con la sua Chiesa. Nella Vesperbield, la scena che presenta la Madre Addolorata con in grembo il Figlio morto appena deposto dalla croce,  la nudità del Cristo, coperto del solo perizoma, si ricollega alla nudità del Bambino Gesù di tanta parte delle rappresentazioni della Vergine col Bambino nell'iconografia occidentale. La stessa celeberrima Pietà michelangiolesca con la Vergine dal volto giovanissimo quasi di fanciulla, come era al momento dell’Annunzio di Gabriele,  vuole proprio significare che Essa, Madre del redentore, dovrà accogliere fino alla fine la volontà divina.

Nell'iconografia orientale, spesso è presente la scena con il bagno del Bambino Gesù dalle ricche significazioni di valenza battesimale, a cui partecipa, in veste di assistente, oltre la levatrice (Salome), Eva, la madre dei viventi, perché sia partecipe della condizione salvifica offerta dalla Nuova Eva perchè se attraverso una donna (Eva) è giunto il peccato, così attraverso una donna (Maria) giunge la Salvezza.

La Santa Madre è sempre vestita di azzurro, colore dell'umanità, ed ammantata di purpureo-violaceo, con tre stelle, poste una in fronte e due sulle spalle, ad indicare la Sua condizione di Vergine, Sposa e Madre e la Sua Verginità prima del parto, nel parto e dopo il parto, che è attributo cromatico della divina regalità che le deriva dall'essere Deipara e Mater Dei.

In virtù di questi titoli i pittori dell'Occidente, nelle rappresentazioni di Maria, invertono le cromie e tingono di rosso la veste della Vergine, perché seppur umana (d'azzurro è tinto il suo manto) nella natura, è predestinata, fin dall'inizio dei tempi, ad essere la Madre di Dio. A volte un bianco velo, segno di purezza virginale e di festa celeste, ne copre la capigliatura. 

Canonica è la raffigurazione di Giuseppe posto in disparte nell’atteggiamento pensoso di chi non ha ancora ben compreso il significato dell’evento, tanto che a volte è posto nell'ombra perché non ancora colpito dalla Divina Luce della Grazia e solo assai tardi la sua figura viene integrata nella Sacra Famiglia. Dormiente, in alcune figurazioni dell'Occidente esprime l'inconsapevole sonno del giusto, in cui ha l'annunzio, da parte dell'angelo, dei propositi di Erode nei confronti del Bambino e l'ordine di condurre in Egitto la Santa Famiglia. Solo gli apocrifi forniscono indicazioni sulla sua veneranda età non evincendosene notizia dai Vangeli canonici, ma le rappresentazioni vogliono sottolineare anche la sua saggezza, condizione tradizionalmente attribuita a coloro che sono avanzati nell'età.

La stella che i Magi vedono sorgere ad Oriente, punto cardine della levata del sole, è elemento dalla valenza  cristologica, significando la Luce che illumina le genti e pur non essendoci riferimento biblico in tal senso la scena della Natività (e correlate Adorazione dei Pastori e/o Magi) viene rappresentata come notturna perché la luce del Divino Nascituro, ancor più come sole che sorge, rischiari le tenebre del Peccato e della Morte, stabilendo il parallelo con la Resurrezione in cui il fulgore del Risorto rischiara la notte dell'umanità ponendosi come faro di Vita.

La rappresentazione dei Magi (mago ha valenza di sapiente)- a simboleggiare i vari popoli della terra adoranti ed offerenti: oro, il metallo che esprime con il suo colore la luce solare, segno di regalità e in virtù di tali attributi sovente toccato dal Bambino Gesù, Re dell’Universo; incenso, quale offerta che bruciando s’eleva dall’ara sacrificale a Dio incarnatosi in Cristo; mirra, la preziosa essenza profumata e medicamentosa, utilizzata per l’imbalsamazione dei morti e presagio della morte da cui Cristo gloriosamente risorge- segue generalmente la tradizione che li raffigura uno giovane imberbe, l’altro barbuto e l’altro ancora vecchio e canuto ad indicare le tre età dell’uomo. L'introduzione, piuttosto tarda, di un Re mago di pelle scura esprime la destinazione a tutto il cosmo del messaggio evangelico. Il loro numero è da ricondursi alla valenza magico-sacrale del tre, desunto dalla evangelica elencazione dei doni. Interessante è la lettura che può essere fatta del viaggio dei Magi in chiave di pellegrinaggio dell'umanità alla ricerca della Luce rappresentata da Cristo.

I pastori, i primi a ricevere l'annunzio dall'Angelo (= messaggero di Jahveh), sono gli umili, prediletti del Signore, inconsapevoli testimoni della nascita del Dio fatto uomo, primi destinatari del messaggio di riscatto dell'umanità sofferente che è il Vangelo. Nella società ebraica del primo secolo a.C. (Gesù sarebbe nato tra il 6 e l'8 a.C. essendo morto Erode il Grande nel 4 a.C) essi appartenevano ad uno degli ultimi gradini sociali, pur costituendo una parte numericamente importante della popolazione.

Nei suoi discorsi Gesù fa sovente riferimento alla società pastorale, addirittura paragonando Egli stesso al Buon Pastore il quale ricerca le sue pecore e le custodisce, fornendo un'immagine della Chiesa ove ai pastori è affidato il gregge dei fedeli.

Ne derivano immagini di offerta da parte degli umili ove, per esempio, il dono d'un agnello è anticipazione dell'immolazione dell'agnello sacrificale costituto da Cristo stesso e dove il dono del pane e dell'uva o dell'otre con il vino, sono  richiamo alla Mensa eucaristica ove Egli si offre. Anche la presenza di altri frutti, piante erbacee, fiori è simbolicamente correlata al Cristo (e alla  sua Passione e Morte) e alla Vergine mentre valenza mistico-glorificatrice può essere conferita alla presenza di strumenti musicali suonati da angeli o pastori quale ulteriore segno della lode a Dio a cui inneggiano le Schiere Celesti al momento dell'annunzio ai pastori.

La  rappresentazione d'un albero secco è segno che con Cristo la, ormai secca, gloriosa stirpe di Davide, da cui egli discende, porterà il nuovo Israele (la comunità dei credenti) a nuova, fiorente, eterna Vita e nel contempo adombra il triste presagio della Passione quando, parlando del destino del legno verde pone il quesito di che trattamento sarà riservato a quello secco.