LA CHIESA DI S. MARIA DELLE GRAZIE NEL PALAZZO NORMANNO DI PALERMO

La nomea di “Cripta” della Cappella Palatina al complesso di Santa Maria delle Grazie, costituito da una chiesetta preceduta da nartece, dall’antistante sacello che fu camera sepolcrale di Re Guglielmo I e dagli ambulacri che periplano sia il sacello che la chiesa, deriva dal fatto che l’abituale accesso alla Chiesa Inferiore è stato costituito da due scale simmetriche che la mettono in corrispondenza con quella Superiore mosaicata. Un terzo accesso, aperto nel XVIII secolo, venne ridotto a finestratura nel 1934 dall’architetto Valenti, allora Soprintendente ai Beni Architettonici, che nel corso di lavori di ripristino filologico murò il varco d’ingresso diretto alla Chiesa dal cortile Maqueda.

            L’ingresso più agevole all’organismo architettonico è quello venutosi a creare con l’utilizzo della grande cancellata, posta al limite tra il Complesso Ecclesiale Palatino e gli adiacenti corpi di fabbrica di un palazzo medievale, accessibile dopo il ripristino del collegamento diretto (detto corridoio della “Manica Lunga”) tra il portone monumentale di piazza del Parlamento e le sale Duca di Montalto.

 

IL SITO EDIFICATORIO E L’EPOCA DELLA COSTRUZIONE

            La condizione orografica rendeva il sito, ove in epoca islamica era l’acquartieramento militare del Mo’Haschar, un acrocoro sulla piatta piana della Conca d’Oro ergentesi sugli avvallamenti degli alvei del Kemonia (fiume del maltempo) a sud e del Papireto a nord.

            Vestigia di età islamica sono state rinvenute sotto il Palazzo dei Normanni ed altre individuate recentissimamente (2004) dagli studiosi dell’Università di  Berlino e Basilea proprio in corrispondenza del complesso della Chiesa Inferiore e delle sue adiacenze: un muro di grande spessore con orientamento est-ovest inserito nella parte basamentale del massiccio corpo poligonale includente le absidi e che prosegue nell’ipogeo sottostante l’area presbiterale della chiesina; uno stilobate su cui si impostano alcuni muri perimetrali dell’insieme architettonico e brani di facciata di una struttura palaziale che fa parte dei corpi di fabbrica, appellati “segrete” (foto 4), posti al di sotto del Cortile pensile, detto della Fontana, al primo piano del palazzo.

            Un lasso temporale ristretto circa la costruzione della Chiesa, in cui è indubbio siano state impiegate maestranze e lingua architettonica islamiche, è difficile da delimitare ma sicuramente essa è da ascrivere all’età comitale.

            Ruggero II d’Hauteville, già Conte, giunge a Palermo con la madre Adelasia, vedova del Gran Conte Ruggero I, nel 1105 circa e viene incoronato Re dall’antipapa Anacleto II nel 1130 (papa legittimo era Innocenzo II, eletto nel 1130 come Anacleto).

            È possibile però che già nella prima fase guiscardiana e poi del fratello Ruggero, divenuto unico titolare del feudo comitale che aveva la sua capitale a Mileto in Calabria, si fosse provveduto a dotare la cittadella militare del Mo’Haschar, ove presero stanza le truppe normanne, d’una chiesuola non solo per lo svolgimento delle funzioni religiose degli invasori ma soprattutto per l’avvio di quella opera di cristianizzazione del territorio senza eccessive forzature o coercizioni.   

            Inizialmente dedicata a Santa Maria in Gerusalemme, città meta eletta del pellegrinaggio per eccellenza, quello nei luoghi santi, deve avere assunto il titolo di Pietro, Principe degli Apostoli, nel momento in cui fu chiarito, con l’attribuzione dell’apostolica legazia (papa Urbano II la conferisce ad personamal Gran Conte Ruggero), il ruolo non solo di riconquistatori alla fede cristiana di una terra islamizzata ma di portatori agli “infedeli” del messaggio evangelico.

 

L’ORIENTAMENTO DELLA CHIESA

            Come in molte delle chiese normanne di nuova erezione, il particolare orientamento assiale della Chiesa (e dell’antistante sacello), che si attesta ad est-nord-est verso l’abside e ovest-sud-ovest verso l’ingresso (come a S. Giovanni dei Lebbrosi, alle Cattedrali di Palermo, Catania e Monreale, al duomo di Naro, S. Giuliano di Erice), indica che l’edificio venne impiantato, dopo la conquista di Palermo avvenuta nel 1072, secondo canoni bizantini collegati al concetto solstiziale del “Nuovo Sole che sorge” (Cristo Gesù) e del Precursore (Giovanni Battista) che innanzi a lui recede.

            Lo sfalsamento rispetto al generico asse est-ovest (utilizzato per esempio alla Trinità di Castelvetrano o a S. Pietro di Itàla), è determinato dalla necessità di orientare l’abside verso il punto di levata del sole nel giorno del solstizio d’estate e la porta d’ingresso, che svolge le funzioni di Janua Coeli (a rappresentare Cristo, unica porta attraverso la quale si accede al Padre), in faccia al punto di tramonto del sole nel solstizio d’inverno (schema). Le ricorrenze del dies natalis del Battista (24 giugno) e di Cristo Gesù (25 dicembre) sono infatti collocate nel calendario in prossimità dei solstizi estivo ed invernale in posizione simmetrica e sfalsata d’un semestre.

 

            Il profondo mutamento della situazione architettonica del sito e delle sue adiacenze, con l’erezione della chiesa superiore, conosciuta come Cappella Palatina, a partire dal 1130 (anno della regia incoronazione di Ruggero II) e con la conseguente trasformazione in sacello sepolcrale della spazio antistante la chiesa e la costruzione nel 1567 del corpo di fabbrica del palazzo innestato tra le torri Pisana e Greca a tangere il massiccio corpo poligonale che include le tre  absidi, rende impossibile la verifica in situ di questa condizione registrabile solo planimetricamente. Del resto la Cappella superiore vive nella medesima condizione in considerazione di addossamenti e sopraelevazioni di vari organismi architettonici.

 

IL SACELLO SEPOLCRALE DI GUGLIELMO I E GLI AMBULACRI

           In asse con la chiesa, separato da questa da un nartece, è il sacello (foto 3) che fu camera sepolcrale di Re Guglielmo I (riposa oggi nel Duomo di Monreale) il quale nel 1166 vi venne frettolosamente deposto. L’ambiente voltato a botte a tutto sesto, venne ricavato, proprio in corrispondenza del centro geometrico della nave principale della Chiesa Superiore forse proprio con valenza sepolcrale. Di esso preesisteva la muratura della parete d’ingresso, l’unica che presenta variazioni e modulazioni con rincassi e conci sagomati a mensola aggettante per il sostegno della ghiera esterna del portale d’ingresso. La seconda ghiera del portale, infatti, risulta troncata dalla curvatura della volta proprio in punta di chiave (foto1) e i filari dei conci, di diverse altezze, delle pareti contigue non si ammorsano in angolo. Incuriosisce l’enorme spessore di oltre cinque metri delle murature laterali dell’ambiente) le quali reggono solo due colonne per lato, senza ulteriore giustificazione statica dell’immane spessore.

          La conformazione della camera, quale a noi ora appare, va attribuita all’epoca dell’edificazione della Chiesa Superiore, posteriormente al 1130, ma il muro occidentale potrebbe essere parte del complesso chiesastico comitale originario che poteva anche avere, come per esempio alla Chiesa di S. Maria dell’Ammiraglio, detta la Martorana, un atrio che precedeva la Chiesa.

          Fiancheggia il sacello un corridoio, sottostante il portico meridionale della Cappella Superiore edificato (come il vestibolo innanzi la Cappella) all’epoca di Guglielmo I, voltato da piccole crociere e illuminato da feritoie aperte nel corso dei ripristini della prima metà del secolo XX, in corrispondenza delle rimesse in luce arcate di sostegno del portico pensile di età guglielmina.

          Questo corridoio, in antico loggiato, è da considerare come prodotto dell’azione edificatoria di Re Ruggero II poiché sostruzione della piattaforma di accesso alla porta meridionale della Cappella mosaicata, importante  e rappresentativa poiché inserita nel contesto decorativo del fronte sud (l’unico ornato), visibile dal grande spazio irregolare oggi occupato dal cortile Maqueda. Del resto la muratura del piano terreno di questo fronte è similissima, nel sistema di rincassi, a quella della parete meridionale della Chiesa Superiore (oggi interamente rivestita di mosaici la cui stesura richiese la preparazione d’un piano di posa senza spigoli che fa apparire la parete ondulata sopra l’altra zoccolatura). Una scala, probabilmente monumentale, doveva colmare il dislivello tra la quota terranea della piazza d’armi e quello della nuova chiesa.

          Sul lato opposto è ciò che residua del vicolo divisorio (foto7), ormai coperto, tra l’altissimo edificio ecclesiale e le adiacenti fabbriche palaziali. Costruite fin dalla parte basamentale, quale ora ci appare, con l’accurata tecnica dei conci allineati nelle parti sopravvissute integre ai “restauri” del Valenti mostrano, a circa 3,5 metri, un aggetto della muratura con andamento a chevronmolto poco marcato. In asse con l’arcata ogivale protetta da grata che oggi costituisce l’ingresso è quanto rimane di una finestratura con cornici modanate ad aggetti e rincassi a sottolinearne l’andamento.      

          Riconosciute come di età islamica da alcuni studiosi, alcune di queste murature sono quanto visibile, dal periplo palatino, delle costruzioni che si sviluppano, in parte sventrate dall’apertura del corridoio della “manica lunga”, nell’area sottostante il cortile della Fontana e per molte parti non ancora esplorate con scavi e sondaggi.

 

LA CHIESA

          L’ambiente ecclesiale della Chiesa Inferiore si presenta rettangolare ma sviluppato, secondo un concetto più vicino al modello orientale delle chiese bizantine, in larghezza e triabsidato (pianta).      

          Diviso in tre navatine da due colonne di spoglio tardo-antiche (curiosa la condizione di quella del lato destro che presenta una parte della superficie curva, quella che era interrata, senza alterazioni e l’opposta con tracce di esposizione ad intemperie ed attacchi biodeteriogeni) sormontate da capitelli, tardo-antico e di produzione provinciale quello lato protasi e di esecuzione medievale l’altro. A variazioni altimetriche pavimentali sono dovuti i parziali occultamenti delle basi tonde.

           Interamente voltata da crociere a sesto ogivale, due per ogni navata, apparecchiate con accuratezza con piccoli conci, pone immediatamente il problema se così fosse fin dalla sua costruzione o ampie modifiche siano state apportate al momento dell’edificazione della Chiesa Superiore.

            La presenza delle originarie croci consacratorie, affrescate (tutta la chiesa era stata ornata con pitture a fresco) sui conci dei piedritti di alcune arcate (tutte sono comunque distribuite, secondo il prescritto, lungo le pareti perimetrali (foto 6), farebbe propendere per l’ipotesi che  le volte delle navatelle laterali siano quelle dell’originario impianto. Come noto, il rito consacratorio di una chiesa, in cui si ungono generalmente dodici (in memoria dei dodici apostoli) punti chiave dei muri perimetrali i quali a perpetua memoria vengono evidenziati con la raffigurazione della Croce, non può essere  replicato a piacimento. Se smontati, i conci di supporto all’affresco non potevano essere ricollocati senza che nella pittura ne rimanessero visibili tracce. Dipinte in rosso, colore del martirio ma anche della divina regalità – per Cristo la Croce è anche trono – e contornate in nero, recano la scritta IC – XC – NI – KA (Gesù Cristo vince) nei quattro campi generati dai bracci della Croce.

            In ogni caso le strombature delle strette monofore ogivali della navatina destra rivelano l’adeguamento, con approssimativa tecnica (i conci sono posizionati non in file orizzontali ma “rabbecciati” in sequenze inclinate), alla bisogna di spostare il vano di “aereazione” più che di penetrazione della fioca luce, ancor più in alto del piano di calpestio di un adiacente cortiletto pensile, detto di San Pietro, costruito in quella fase.

            Nella nave centrale (foto fig.2) (e soprattutto nell’abside) ogive poco proporzionate mantengono l’altezza delle contigue crociere delle navate minori. Poiché è impensabile che il sistema adottato in origine fosse quello delle Hallenkircke (chiese con navi di pari altezza), poco presente nel mondo orientale che proprio della variazione altimetrica fa condizione per esprimere il rapporto tra il divino e l’umano, è da supporre che proprio queste campate a crociera e l’abside centrale (pur essa sproporzionata nel rapporto ampiezza-altezza) siano l’esito della riduzione al medesimo livello di quelle laterali utilizzando gli elementi d’imposta già esistenti.

            L’enorme blocco monolitico rettangolare, a pianta cruciforme, che svolge le funzioni di pulvino, di punto d’imposta per le volte e piedritto per l’innesto delle arcate, sovrammesso direttamente alle colonne senza mediazione (almeno estetica) di alcun tipo, come nel portico della coeva moschea al-Azhar del Cairo, è da ritenere elemento della originaria concezione. La sua conformazione avrebbe permesso l’imposta a quota più elevata di altra copertura, anche a volta, con maggiore sviluppo in altezza dell’abside e possibilità di apertura di finestrelle nella nave centrale.                

           La ridotta variazione altimetrica dell’area presbiterale rispetto al piano di calpestio delle navate è memoria della liturgia orientale che considera fondamentale la separazione, realizzata con le transenne del muro di iconostasi, degli spazi dedicati alla ufficiatura dei Divini Misteri da quelli destinati ai fedeli piuttosto che la marcata sopraelevazione del presbiterio (bema).

 

LA ZONA ABSIDALE

            Delle absidi, solo quella della protesi (foto 5) appare leggibile nella sua originaria conformazione dopo i ripristini  della prima metà del XX secolo.

           Quella maggiore è sottolineata da due colonnine, annicchiate in corrispondenza degli spigoli della curva absidale, con fusto liscio e capitello a calice quadripetalo di gusto occidentale sormontato da decoro a rabesco che riecheggia, nella tecnica esecutiva, anche ornati di tipo bizantino. L’uso di sottolineare l’accesso allo spazio sacro a mezzo di colonnine annicchiate ha origine dal mihrab (nicchia della preghiera, orientata verso La Mecca) musulmano.

            Nell’abside centrale è una ricchissima macchina scultorea che, secondo il dettato post-tridentino, addossa l’altare alla parete (uso già invalso alcuni secoli prima). La mensa, affiancata da due volute con conchiglie, segno della purificazione redentrice dell’acqua battesimale, ha un antependium o paliotto (datato 1747) a marmi mischi ove è monogrammato AMV poiché l’altare è dedicato alla Vergine Maria delle Grazie venerata, oggi, in una immagine dipinta su tela allocata nella nicchia predisposta laddove, in antico, era la finestra orientale poi murata.

            Il dipinto, che riecheggia un’icona, con i nimbi della Vergine del Bambino in foglia oro, è probabile edizione seicentesca, rimaneggiata nel secolo XIX, di una più antica icona di cui si è persa ogni memoria.

            Putti a tutto tondo fiancheggiano la cornice a mischio conclusa in alto da trabeazione con timpano spezzato, con volute e fastigio coronato e con la tiara petrina, segno del titolo del Capitolo dedicato al Principe degli Apostoli. Di tutta la macchina d’altare sussiste una memoria settecentesca in una lastra incisa da Gramignani (stampa). Nel muro prossimo al presbiterio, ove s’imposta l’arcata divisoria con la navata destra, è la lapide con il privilegio concesso da papa Gregorio XIII all’altare della Vergine nel 1584.

           Una lapide ovale con cornice scultorea ornata di foglie d’acanto, segno di morte ma anche di speranza nella resurrezione, custodisce i resti mortali del viceré Emanuele Filiberto di Savoia, che fronteggiando la peste del 1624 ne restò vittima. Rimpetto è la lapide del viceré Anello de Mura e Guzman (†1677) che ha putti ed una ghirlanda di frutti tra i quali il melograno, segno di redenzione vitale per mezzo del Sangue versato e foglie d’alloro simbolo dell’eterna gloria.

           L’originario, unico, accesso archiacuto alla chiesa (di cui s’era persa ogni memoria), ripristinato nel corso degli interventi eseguiti da Valenti nel 1934 con la distruzione della Cappella del cinquecentesco Crocifisso proveniente dalla Cappella delle Confessioni del Tribunale dell’Inquisizione allo Steri e qui portato dal viceré Caracciolo nel 1782 per sottrarlo alle contese, è abbondantemente manomesso ed alterato. Ancora in sito sopravvive l’architrave ligneo di età normanna ove sono visibili le bucature (tipiche) per l’inserimento dei cardini del portone e quelle per le sprangature verticali. 

           Unica sopravvivenza dell’originario apparato decorativo affrescato (il biancore che ancora permane in larghi brani delle murature non è prodotto di efflorescenze saline ma ciò che è residuato dagli “accurati” scrostamenti compiuti all’epoca dei ripristini filologici) è una Vergine Odighitria, strappata, trasferita su tela e ora collocata nell’absidiola della protasi, intronizzata su un faldistorio coperto da preziosi cuscini. Un altro cuscino è sotto i suoi piedi quale segno di suprema dignità.             Vestita d’azzurro e ammantata di rosso (l’umanità che è ammantata di divino), è raro e pregiato esempio di arte siculo-bizantina databile ai primi decenni del XII secolo. Il Divin Bambino, dalle fattezze più adulte che un infante, è paludato con toga purpurea a segno della Sua Divina Regalità.  

 

Santo Cillaroto


 

SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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