Testi e contributi: Mons. Giuseppe Trapani

Grafica ed editing: Marco Aricò

Supervisione: Anna Maria Scalia


La Cappella Palatina

La Sicilia fino al 1061 fu dominata, costituendo un emirato, per due secoli da dinastie arabo-islamiche, provenienti dal Nordafrica. I due fratelli normanni, Ruggero I[1], già Conte di Calabria, e Roberto il Guiscardo, Duca di Puglia e di Calabria, della famiglia degli Altavilla, maturarono la volontà di conquistare e liberare la Sicilia. Così, nel 1061 sbarcarono a Messina per intraprendere la loro impresa. Tralasciamo le diverse motivazioni storiche che condussero a questa non facile impresa.

Dopo aver conquistato progressivamente l’intera regione, finalmente nel 1071 i due fratelli giunsero alle porte di Palermo e, dopo un non facile battaglia riuscirono ad espugnarla, portando a compimento l’impresa di liberare la Sicilia. Rimasero solo alcune porzioni dell’Isola ancora da affrancare dal rimanente potere arabo, cosa che realizzerà il Gran Conte Ruggero, unitamente a suo fratello Roberto.

La “Contea di Sicilia” esistette formalmente dal 1061, ma ufficialmente fu elevata al grado di “Gran Contea” dal 1071, anno nel quale Ruggero I acquisì il titolo di “Gran Conte”. Ciò fino al 1130, anno nel quale Ruggero II, figlio di Ruggero I nato dal matrimonio con la sua terza moglie Adelaide (o Adelasia) del Vasto, unì la Sicilia al Ducato di Puglia e Calabria creando il “Regno di Sicilia” e, dal papa Anacleto II, ottenne il titolo di “Re” e come tale fu incoronato nel Natale dello stesso anno nella Cattedrale di Palermo.

Guy de Maupassant, scrittore e drammaturgo francese, nel suo viaggio in Italia alla volta del Grand Tour del 1885, definì la Cappella Palatina di Palermo «la più bella chiesa del mondo, il più sorprendente gioiello religioso sognato dal pensiero umano». Le sue parole non sono lontane dal vero. Infatti, ancora oggi è ammirata e visitata annualmente da miglia di visitatori, provenienti da tutto il mondo, per la sua bellezza e la ricchezza dei suoi richiami simbolici dal punto di vista cristiano, religioso ed umano, risultando un’opera emblematica della storia dell’arte e della cultura, frutto del genio normanno, e non solo.

Riprendo dal breve ma pregevole testo di Mons. Filippo Pottino sulla Cappella Palatina i seguenti richiami: la Cappella «ha suscitato in ogni tempo ammirazione sconfinata; l’hanno esaltata storici e cronisti coevi: Riccardo da San Germano e Teofane da Cerami; il presunto Ugo Falcando, storiografo dei Normanni, ed Edrisi geografo della corte di Ruggero; ne scrivono entusiasticamente viaggiatori stranieri del sette e ottocento: André Maurel e Augusto Schneegans, che lo definisce “l’opera più perfetta che l’arte cristiana abbia prodotto”; Louis Lepelletier, che in mistica esaltazione annota:  “Quando si entra in mattina di domenica all’ora in cui il prelato in mitra sale sull’altare e quando i ceri accesi e il fumo dell’incenso e la preghiera si elevano, la Cappella dei Re normanni non è soltanto un’opera d’arte incomparabile, ma una commovente e sempre viva espressione della Fede che l’ha creata »; scrittori contemporanei come Anatole France, Ernest Renan, Guy de Maupassant, […]; artisti e poeti contemporanei, fra i quali l’immaginifico dei nostri giorni che indica “Palermo la città della Cappella Palatina”; oltretutto è questa un esemplare modello della casa di Dio, che nella sublimità del mistero piega ed esalta l’anima alla preghiera».[2]

Precedette l’edificazione della Cappella Palatina, una Chiesa, risalente probabilmente al 1117, intitolata inizialmente a “Santa Maria di Gerusalemme” e successivamente a “Santa Maria delle Grazie”, in virtù di un’icone di Maria ivi presente, venerata dal popolo attraverso i secoli. Ma su questa chiesa vi sono divergenti testimonianze. Fu tra il 1129 e 1130 che cominciò l’edificazione della Cappella Palatina per volontà del Re Ruggero II, intitolata a San Pietro, il Principe degli Apostoli, e come atto di ossequio nei confronti del papa, successore di Pietro. La Cappella fu denominata “Palatina”, essendo la Cappella privata del Palazzo del Re. I lavori terminarono nel 1143, anno dell’inaugurazione e consacrazione.

L’intestazione della Cappella a “San Pietro Apostolo” è attestata dalla fascia musiva alla base della cupola, che risulta ormai di difficile lettura a causa dei suoi danneggiamenti e di successivi impropri rimaneggiamenti. Mons. Rocco ne ha offerto questa traduzione, ponendo in evidenza le parti illeggibili: «Altri Sovrani d’un tempo eressero altri luoghi venerandi ai Santi. Io invece, Ruggero Scettropossente, al primo dei discepoli del Signore, all’Arcipastore e Corifeo Pietro, cui Cristo confermò la Chiesa, che Egli stesso acquistò con effusione miranda di sangue, … verso illeggibile … … verso illeggibile … … indizione tre volte … vertendo l’anno – con esatta ragione – cinquantesimo, più ancora la prima unità, essendo corso il sesto migliaio, con il sesto centenario misurati».[3]

A ciò si aggiunga l’importanza che la Cappella rivestiva per il Re, volendo che la sua Cappella fosse elevata a “Parrocchia” e officiata da un adeguato clero. Ciò è testimoniato dalla due pergamene: la prima che attesta l’erezione della Cappella a Parrocchia con “Capitolo” proprio e la seconda che attesta le dotazioni destinate dal Re al suo clero. Le pergamene sono conservate nel Tabulario della Cappella.

Il Re Ruggero con genialità, tenendo conto che in Sicilia insistevano tre gruppi etnici, latino-siculo, greco e arabo, per l’edificazione muraria e architettonica della Cappella si avvalse delle maestranze locali, per lo più latino-sicule, per la realizzazione dei mosaici di maestranze provenienti da Oriente, probabilmente da Bisanzio, e per la realizzazione dei tetti delle maestranze arabe. La Cappella doveva essere, così, il simbolo di quella convivenza pacifica di etnie diverse, permettendo loro di conservare in armonia con le altre la propria cultura, il proprio credo in Dio, le proprie costumanze. L’armoniosa fusione di stili artistici diversi diede vita all’arte siciliana dell’età normanna.

Dal punto di vista architettonico la Cappella risulta essere la fusione di due stili di chiesa: quella bizantina, che insiste nel presbiterio a quattro braccia uguali sormontati dalla cupola; quella latina, la basilica romana a tre navate, spazio liturgico per la partecipazione dei fedeli. Le tre navate sono separate da colonne in granito e marmo cipollino con capitelli compositi, sui quali insistono cinque archi a ogiva per lato. Il presbiterio, recintato e sopraelevato rispetto all’aula ecclesiale, si compone, al centro, di una struttura cubica con la cupola, che richiama le figure geometriche del quadrato e del cerchio tipiche delle chiese bizantine prima e poi anche delle moschee islamiche.[4] Diversamente dalle altre chiese basilicali è opinione prevalente che la Cappella, al lato nord, non avesse alcuna porta d’ingresso, risultando tutta la parte una struttura muraria continua a cui fu destinata una tribuna centrale su cui porre un seggio regale per il sovrano. Vi è diversa opinione sull’attuale struttura della tribuna, relativamente al suo tempo di costruzione e alla sua confezione finale, ma a tal riguardo afferma Kitzinger: «Con un trono reale come elemento focale la navata possedeva il suo proprio centro di gravità che controbilanciava quello costituito dall’altare, all’estremità orientale del santuario. La navata era concepita come una sorta di sala del trono».[5]

I mosaici più antichi della Cappella sono quelli del presbiterio, risalenti al tempo del Re Ruggero II, ad opera di maestranze chiamate dal medesimo, probabilmente provenienti da Bisanzio, forse già operanti nel Sud Italia. L’esistenza sin dagli inizi di un trono regale, posto nella parete occidentale della Cappella, ha condotto gli studiosi a ritenere che l’edificio fu destinato sin dagli inizi ad una duplice finalità: il presbiterio con l’altare per il culto; la navata come una sorta di “sala del trono” dove il Re poteva ricevere le persone eminenti. Lo stesso soffitto, con i suoi temi pittorici che riprendono momenti di vita conviviale, scene di caccia, ecc., sembra avallare l’idea che la navata avesse quest’ulteriore finalità, oltre ad essere lo spazio dei fedeli per il culto. Inoltre, sembra che esistesse sin dagli inizi in alto nella parete occidentale del presbiterio, dove ancora oggi si vede un’ampia rientranza, una loggia da dove il Sovrano poteva assistere alle liturgie. Da qui il trono non era immediatamente finalizzato alla presenza del Re, durante le liturgie, ma come luogo di rappresentanza.  

Da qui, oggi prevale l’idea che i mosaici, a tema religioso, inizialmente erano stati concepiti solo per il presbiterio, e non previsti né per la navata centrale e né per quelle laterali, alle quali finalizzare altro tipo di mosaici non a tema religioso. Solo in un secondo momento avrebbe prevalso l’idea di elaborare mosaici a tema religioso anche per le navate, eseguiti sotto Guglielmo I, figlio e primo successore di Ruggero II. I mosaici presero avvio dalla Cupola con la figura del Pantocratore e la coorte angelica e dal suo tamburo, con la presenza di profeti dell’Antico Testamento in rapporto al Cristo e dei quattro evangelisti. Da qui si sviluppa, trovando ispirazione dalle scene presenti già nelle chiese orientali, il ciclo cristologico dettato dalle feste del calendario liturgico orientale, iniziando dall’annunciazione del Signore e, a seguire, i momenti fondamentali della vita del Salvatore. Infatti, sia nella Cappella Palatina che alla Martorana, sopra l’arco orientale del quadrato centrale, è raffigurata l’annunciazione dell’Arcangelo Gabriele e il mistero dell’incarnazione ad opera dello Spirito Santo che scende su Maria Vergine. La storia di Gesù Cristo si sviluppa nel lato Sud, sopra l’abside del diaconico con le scene della nascita di Cristo, e nella parete meridionale del presbiterio con il sogno di Giuseppe, la fuga in Egitto, l’ingresso in Egitto, per sé non presente nel ciclo liturgico orientale ma che può simboleggiare «un’avanzata trionfale su un suolo straniero» come fu per i Normanni in Sicilia,[6] il Battesimo del Signore, la Trasfigurazione, il miracolo della risurrezione di Lazzaro e l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. L’imponenza dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme si motiva anche come forma di onore nei confronti del Re, essendo Vicario di Gesù Cristo nel suo Regno. La posizione di tali scene sulla parete Sud si motiva per il fatto che dalla loggia, posta nel lato Nord, il Re poteva contemplare tali mosaici cristologici così anche le figure dei santi guerrieri posti davanti ai suoi occhi a distanza ravvicinata; di essi se ne scriverà in seguito. È assente il mosaico della crocifissione di Gesù Cristo, della risurrezione e della dormitio Mariae, sebbene il tema della morte redentrice di Cristo così come quello della sua risurrezione siano variamente presenti. Accanto al mosaico dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, dopo le finestre, sono posti due santi francesi: a sinistra san Dionigi, primo vescovo di Parigi; a destra, san Martino, primo vescovo di Tours, apostoli delle Gallie. La loro presenza attesta l’ossequio dei Normanni, ormai anch’essi cristiani, al cristianesimo impiantato nelle Gallie. Il ciclo cristologico si conclude con l’ascensione di Gesù al cielo, posta sulla volta del braccio sinistro del presbiterio dove si trovava la loggia. Ciò, probabilmente in onore del Re, inneggiando simultaneamente al Cristo che sale nei cieli condotto dagli Angeli e alla gloria del Re. Sulla volta della parte opposta si trova la Pentecoste, con al centro lo Spirito sotto forma di colomba che irraggia i Dodici Apostoli. Il Cristo Risorto fa dono del suo Spirito agli Apostoli dando inizio al tempo della Chiesa, con la sua predicazione e missione salvifica con al centro il Cristo della rivelazione.

Sulla parte Nord sotto la loggia, al suo primo livello sono presenti i Vescovi Teologi, o come preferisce chiamarli Mons. Rocco “i Santi Gerarchi Orientali, così disposti a cominciare da sinistra per chi li guarda: San Gregorio Nisseno, San Basilio il Grande, San Giovanni Crisostomo, San Nicola. Sopra di essi si può osservare il mosaico della predicazione del Battista unito con la raffigurazione di Cristo come agnello. È questo un mosaico che ha tutta una sua storia, al momento non necessariamente da raccontare.

Nell’abside centrale, al posto dell’usuale figura della Vergine Maria, si trova un nuovo mosaico quello di Cristo “Rivelatore” come espresso dal Libro aperto sulla mano sinistra recante le parole di Gv 8,12: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».  Ad avviso dei più attenti studiosi questo mosaico risale al tempo di Guglielmo I nel contesto degli sviluppi dei mosaici all’interno della Cappella che riguarderanno anche le navate. Murata la finestra che si trovava nell’abside centrale, dopo l’edificazione del Palazzo spagnolo, a fine cinquecento e inizio seicento, a suo posto nel diciottesimo secolo fu collocato un mosaico raffigurante Maria Vergine, in una forma artistica tipicamente occidentale e che stona nel complesso dei mosaici dell’abside; accanto a Lei sono presenti figure medievali di santi. Tra questi, vi è san Pietro, a cui la Cappella è dedicata. Nelle absidi delle due navate laterali, nel diaconico, è raffigurata la figura di san Paolo, essendo Pietro nell’abside centrale, e di sant’Andrea, nell’abside della protesi, figura probabilmente, seppure restaurata nel tempo, presente sin dalle origini, a causa dell’affidamento di una chiesa intitolata a questo santo, posta vicino alla Cappella, deciso sin dal 1132 dall’arcivescovo Pietro come attestato dal relativo diploma conservato nel tabulario. Se sopra il mosaico della natività di Gesù insiste un’icone di Cristo,[7] sopra l’abside recante sant’Andrea si trova la figura di Maria Vergine con il Bambino e accanto san Giovanni Battista, risalente al ciclo voluto dal Re Ruggero, significata con l’iscrizione “Madre di Dio” e “Odigitria”, che per sé ha implicazioni monarchiche e militari tipiche dell’iconografia bizantina e sempre in onore del Re, potendola contemplare dalla loggia.

Resta da ricordare come i mosaici del presbiterio, similmente a quelli delle navate, hanno avuto bisogno continuamente di restauri che non sempre hanno rispettato la loro composizione originaria. Infatti, i mosaici hanno una debolezza strutturale per la quale facilmente si staccano dalle pareti. Restauri importanti si ebbero a cominciare sin dai secc. XIV-XV.

 

[1] Ruggero nacque a Hauteville- la-Guichard nel 1031 circa e morì a Mileto il 22 giugno 1101, ultimogenito di Tancredi. Goffredo Malaterra, monaco benedettino di origine normanna nella sua opera De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius, una cronaca sull’origine dei Normanni in Italia ebbe a scrivere di Ruggero, da lui personalmente conosciuto: «Era un giovane assai bello, di alta statura e di proporzioni eleganti, pronto di parola, saggio nel consiglio, lungimirante nel trattare gli affari. Conservò sempre il carattere amichevole e allegro. Era inoltre dotato di grande forza fisica e di gran coraggio nei combattimenti. E in virtù di questi pregi, si guadagnò in breve il favore di tutti».

 

 

[2] Filippo Pottino, La Cappella Palatina di Palermo, Ristampa anastatica a cura dell’Accademia Nazionale di Lettere e Arti di Palermo, Ristampa S.T.ASS., Palermo1993, 10.

[3] Specifica nel suo testo Mons. Rocco: «L’anno dell’era bizantina, che si ricava dal testo citato, 6651 dalla creazione del mondo, corrisponde al nostro 1143 dall’Incarnazione di Cristo. L’indizione, non completamente leggibile a causa dei guasti musivi (“… indizione tre volte …”) è certamente la “sesta”: Mons. Benedetto Rocco, La Cappella Palatina di Palermo, a cura della Accademia Nazionale di Scienze e Arti di Palermo, Arti Grafiche Siciliane, Palermo 1993, 7.

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[4] A riguardo una interpretazione critica ci viene offerta da Mons. Rocco nel suo pregevole scritto sulla Cappella. Asseriva: «La Cappella sorge in un momento di grande creatività, in cui operarono insieme artisti di origine e sensibilità diversa. Il risultato fu un capolavoro; ma – a nostro giudizio – non di ordine architettonico. L’accostamento di una pianta greca a una pianta latina non diede una soluzione compiuta; disturba soprattutto la cupola, che è a suo posto alla Martorana, ma non alla Palatina. A Monreale si avrà la compiutezza architettonica, si avrà cioè la fusione delle due piante: ma sarà necessariamente sacrificata la cupola. E, sacrificata la cupola, prenderà un altro orientamento tutta la decorazione musiva della cupola, stemperata in un tessuto diverso. Dimodoché con la sua incompiutezza la Palatina sta a documentare il lungo travaglio degli artisti a Palermo nel XII secoli; i quali, nel rispetto di ogni valore acquisito, tentarono conciliare il verticalismo orientale con l’orizzontalismo occidentale. Lo scopo di dare ai greci e ai latini una sede unica per lo svolgimento della liturgia è certamente raggiunto, anche se la sede in realtà è più adatta ai greci che ai latini». Come si evince dal testo di Mons. Rocco, ma l’affermazione è universalmente condivisa, la Cappella, per più di un secolo sarà diversamente utilizzata dai due riti, quello bizantino e quello latino, e ciò fino a quando insisteranno nel territorio comunità di matrice bizantina. La separazione tra il presbiterio e la basilica, per lo svolgimento dell’azione liturgica “invisibile” ai fedeli, sarà offerta non da una vera e propria iconostasi «sponde di marmo dell’altezza di m. 1,82, con rivestimenti di porfido e di fasce musive», che poi saranno eliminate con la fine del rito bizantino. Mons. Benedetto Rocco, La Cappella Palatina di Palermo, 11.13.

[5] Ernst Kitzinger, Il corpus dei mosaici del periodo normanno in Sicilia. Le introduzioni 1992-2000, a cura di Paolo Cesaretti, Istituto Siciliano di Studi Bizantini e Neoellenici, Palermo 2023, 31-32.

[6] Ib., 36.

[7] A riguardo di questo Cristo scriveva Mons. Rocco: «E’ un volto che affascina e conquista; è di una dolcezza ineguagliabile; gli occhi non guardano di sbieco, ma vanno diritti all’anima dello spettatore»: Mons. Benedetto Rocco, La Cappella…, 35.

 

 

 


Il Cristo Pantocratore

La ricchezza e pluriformità simbologica dei mosaici della Cappella Palatina prende avvio dalla “Cupola”, che rappresenta come l’origine e la fonte da cui traggono provenienza, significato e fine tutti i mosaici, nel loro rappresentare ed esplicitare visivamente la storia della creazione e della rivelazione e salvezza. Si può guardare il Pantocratore con gli occhi dell’uomo e del credente del Medioevo: allora la sua figura ispira una signoria di potenza, di onore e di gloria, miste a paura, timore e riverenza, similmente alla signoria degli Imperatori e dei Re di quel tempo. Ma si può guardarlo anche con gli occhi della fede e della luce dell’intelligenza da uomini e credenti del nostro tempo, ispirandoci alla Scrittura e alla teologia odierna. Sì, il Pantocratore è ricco di significati biblici, teologici e antropologici! 

Tutta la teologia dei mosaici è già inscritta nella figura del Pantocratore. In sé la Cupola è l’elemento chiave dello stile delle Chiese Orientali a cui si ispira l’architettura del presbiterio della Cappella, concepito a quattro braccia uguali e, appunto, sormontato dalla Cupola, lo spazio del divino, da cui si sviluppa virtualmente il simbolo del “mandala”, ovvero il cerchio inscritto nel quadrato, che si proietta perpendicolarmente, sul pavimento attraverso la figura geometrica del quinquies, che rappresenta la terra e l’umano. Quindi la Cupola e il mandala raffigurano, ciascuno per la sua parte, il divino e l’umano nel loro relazionarsi nella storia. La chiesa poi si prolunga a forma di basilica romana a tre navate, lo spazio dell’assemblea orante e celebrante.  La Cupola è come un vaso rotondo capovolto da cui sgorgano tutti i beni divini donati da Dio all’umanità. Rappresenta l’incontro e l’unione tra il divino e il creato e l’umano, tra il cielo e la terra, il tempo e l’eternità, uniti e governati dal Pantocratore. Al centro, infatti, si trova raffigurato il “Cristo Pantocratore”, il Signore da cui si origina il creato, la rivelazione e la salvezza, e verso cui tende come al suo punto ultimo e finale tutta la storia verso il compimento finale, quando “Dio sarà tutto in tutti”.  Infatti, in 1Cor 15,24-28 Paolo afferma: «poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. Poiché bisogna che egli regni finché abbia messo tutti i suoi nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico che sarà distrutto sarà la morte. Difatti, Dio ha posto ogni cosa sotto i suoi piedi. […]. Quando ogni cosa gli sarà stata sottoposta, allora anche il Figlio stesso sarà sottoposto a colui che gli ha sottoposto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti». Queste parole illuminano sul ruolo del Pantocratore nella storia umana proiettata verso il compimento finale.

Il termine Pantocratore, proveniente e composto dai termini greci panta (tutto) e da crateo (dominare), quindi con il significato di “onnipotente”, non è di origine cristiana. Nel periodo ellenistico era un epiteto attribuito a varie divinità greche, come a Dioniso, ad Ermete, a Ade. L’uso nel cristianesimo comincia in Oriente attribuito a Cristo in quanto “Signore del mondo”. Il busto del Pantocratore (IC – XC Iesoûs Christòs) è nimbato[1] e benedicente. Il Pantocratore è figurato nella sua doppia natura: la “divinità”, rappresentata dalla veste aurea e l’“umanità”, rappresentata dal mantello blu. Egli, infatti, divino si è rivestito della nostra umanità, assumendola e unendola a sé. Il Nuovo Testamento offre due chiavi fondamentali di lettura per comprendere il rivestimento umano del Figlio di Dio. La prima, è data dal Prologo giovanneo che presenta la realtà dell’umanità di Cristo come “incarnazione” con l’affermazione «e il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14); l’altra, data dall’Inno di Fil 2,6-11, preesistente e ripreso da Paolo, nel quale è detto, ai versetti 6-7, che «colui che era nella forma di Dio» […] «spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini». Giovanni presenta il mistero dell’incarnazione come mistero di gloria che si rivela e salva, come luce e vita; Paolo lo presenta come kenosi di “abbassamento”, “umiliazione”, “esinanizione”, “deiezione”. Infatti, la gloria del Pantocratore racchiude anche la gloria del Cristo morto. La regalità di Cristo si compie, sul piano storico-salvifico, con la sua morte in croce. L’attrazione che il Pantocratore suscita dal cielo implica l’attrazione esercitata dal Cristo sulla croce. In Gv 12,32 Gesù dice: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me». È da Risorto che si attua l’attrazione del Cristo, morto e risorto, del Pantocratore e la sua signoria ne è l’attuazione storica ed escatologica.

Il Pantocratore, con la mano destra benedice il creato e particolarmente l’umanità; con la mano sinistra regge il Libro del giudizio finale, perché il Signore verrà nuovamente alla fine dei tempi per giudicare i vivi e i morti. Ap 5,1-10 recita: «E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: “Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?” Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sottoterra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. Uno dei vegliardi mi disse: “Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli. Poi vidi in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. […]. E l’Agnello giunse e prese il libro della destra di Colui che era seduto sul trono. […]. E (i quattro esseri viventi e i vegliardi) cantavano un canto nuovo: “Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione […]». Segue poi la descrizione dell’apertura del libro. Il libro dell’Apocalisse fa riferimento, indirettamente, ad Ez 2,9, nel quale il profeta parla di un rotolo che viene dato al “Figlio dell’uomo” contenente lamenti, pianti e guai, e a Is 29,11 che attesta un “libro sigillato” e Dn 12,4.9: «Ora, tu, Daniele, chiudi queste parole e sigilla questo libro, fino al tempo della fine […]. Va’, Daniele, queste parole sono nascoste e sigillate fino al tempo della fine». Paolo, in Rm 15,12, riprendendo Is 11,10, asserisce: «E, a sua volta Isaia dice: «Spunterà il rampollo di Iesse, colui che sorgerà a giudicare le nazioni: in lui le nazioni spereranno». Da qui il suo invito a sperare nel Signore. Allora sarà aperto il libro nel quale è inscritta la storia di tutti gli uomini e di tutte le nazioni.

Guardiamo adesso il volto del Pantocratore. A questo riguardo asserisce nel suo noto volume Mons. Benedetto Rocco, insigne studioso della Cappella Palatina: «L’immagine di Cristo, scelta per la Cupola, diversa da quella adottata alla Martorana, e che resterà unico esemplare in Sicilia, è del tipo che fa la sua prima comparsa a Dafni (sec. XI) e l’ultima nella Kariye Camii di Costantinopoli (sec. XV) […]. Pur realizzati con diversa sensibilità artistica, i Cristi delle due Cupole hanno in comune l’abbigliamento e la disposizione delle vesti, la pettinatura dei capelli e la tenuta della barba, i due ciuffetti frontali e le pupille rivolte a destra dello spettatore, la destra benedicente con quattro dita piegate verso il pollice (notare in particolare la curva dell’indice e del medio), il libro chiuso, fermato al petto con la sinistra; proprio qui si nota l’unica differenza: a Dafni la posa della mano sul libro è manierata, alla Palatina è più naturale. Nel complesso il Cristo di Dafni ha una carica di forte interiorità, quello della Cappella Palatina ne guadagna in aristocraticità».[2] Personalmente aggiungerei che il volto di Cristo della Cappella manifesta lo splendore dell’impassibilità e trascendenza divina e la bellezza e luminosità della perfezione umana.  Esso manifesta un’espressione insieme maestosa e severa, sintesi del divino e dell’umano. Infatti, il volto può essere visto come espressione dalla duplice identità di nature di Cristo: da una parte, l’infinita, trascendente e gloriosa identità divina; dall’altra, la sua perfetta umanità, bella e radiosa; manifesta, altresì, con lo sguardo degli occhi aperti rivolti a destra verso il futuro escatologico  ma, ormai, implicante la sua cura del creato  e dell’uomo in virtù della presenza, seppur Risorto, nella storia, la sua attenzione e benevolenza per le sue creature, e, per questo, invitando ad onorarlo e ad adorarlo, in unione con gli Arcangeli e gli Angeli che lo attorniano.

Questi, mentre contemplano e glorificano il Pantocratore, invitano all’obbedienza della fede, alla preghiera, al culto, a seguirlo e servirlo. Attorno al Pantocratore vi è la scritta in greco che recita il passo di Is 66,1: «Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi». Il senso proprio di questa espressione è offerto dalle parole che seguono (Is 66,1-2): «Quale casa mi potreste costruire? In quale luogo potrei fissare la dimora? Tutte queste cose ha fatto la mia mano ed esse sono mie - oracolo del Signore -. Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi teme la mia parola». Il Pantocratore, attraverso la voce del profeta Isaia, invita a riconoscere l’amorevole atto creativo divino, per il quale tutto appartiene a Dio e da Dio nella sua benevolenza ed amorevolezza donato e affidato all’umanità perché ne sia custode, con un utilizzo appropriato, volto alla promozione degli uomini e di tutte le creature. A questo fine, attualizzando il tema, il Pantocratore invita l’umanità di oggi: ad una ecologia integrale, che prenda avvio da Dio e a Dio conduca, riconoscendolo nella sua divinità, nel suo amore creatore e salvifico. Senza Dio non c’è rispetto della natura, né autentico progresso! Il mondo è di Dio e noi uomini ne siamo custodi, guardando al creato come suo dono, che deve essere sempre per la gloria di Dio utilizzato e fatto fruttificare. La gloria di Dio deve risplendere nel creato perché l’uomo sia rettamente esaltato nei suoi compiti storici. L’umanità non ha futuro senza Dio, perché tutto è da Dio, in Dio e per Dio e, in Dio, l’uomo perviene al suo compimento massimo. La vera dignità della nostra umanità è già raffigurata e significata nel mantello e inscritta nell’umanità del Cristo Pantocratore, che ne costituisce la fonte, il modello, l’essenza e il fine. La teologia del Pantocratore include così quella della creazione, implicante, ormai, quella dell’incarnazione e quella della redenzione.

Si è già detto come attorno al Pantocratore è presente la corte celeste raffigurata dai quattro Arcangeli e da quattro Angeli, così posizionati: al centro Michele e Gabriele; a destra di Gabriele l’Arcangelo Uriele; a sinistra di Michele l’Arcangelo Raffaele; seguono, rispettivamente a destra e a sinistra i quattro Angeli. Precisa Mons. Rocco: «Raffaele e Gabriele indossano alta uniforme militare, differendo solo i colori dei vari indumenti; Michele e Uriele, con qualche lieve differenza anche nei colori, indossano il ricchissimo paludamento di Ruggero e di Guglielmo II nelle rispettive incoronazioni della Martorana e di Monreale. Con la destra reggono il labaro e con la sinistra il globo cruciato. Le ali sono spiegate; lo sguardo è dritto verso lo spettatore, la testa è ornata con gemma centrale e svolazzi laterali; sulla fronte si distingue il doppio ciuffetto, destrorso e sinistrorso, come sulla fronte del Pantocrator. I quattro Angeli portano uguali indumenti fra loro, ma più semplici degli Arcangeli. Hanno le ali spiegate, il volto leggermente curvo a destra o a sinistra, in modo da gravitare sul volto del Pantocrator; il capo è ornato con gemma centrale e svolazzi laterali; con la destra o con la sinistra reggono uno scettro, poggiante sulla spalla e terminante con tre gemme disposte a trifoglio; con la mano libera, piegata quasi ad angolo retto verso la spalla opposta, invitano a rendere omaggio al Signore dell’universo».[3] Arcangeli e Angeli, partecipi della sua gloria, rendono gloria e onore al Cristo, invitano ad adorarlo e a inginocchiarsi. Il labaro degli Arcangeli indica il servizio che prestano a Cristo; il globo indica il servizio, ricevuto dal Cristo Pantocratore, a favore del creato e della storia dell’umanità. Infatti, gli Arcangeli, come gli Angeli, oltre che stare al cospetto di Cristo, come testimoniano le Scritture, sono destinati a servire il creato e l’uomo con funzioni diverse.

Il Cristo è Pantocratore sin dalla creazione del mondo resa splendida dall’amore di Dio, ricca di verità e di bontà per la presenza del Verbo e dello Spirito di Dio e compiuta nella creazione dell’uomo, vertice del creato. Coniugando insieme l’inizio di Gen 1,1: «In principio Dio creò il cielo e la terra» con Gv 1,1: «In principio era il Verbo» e Gv 1,3 «tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste», si comprende profondamente la figura del Pantocratore in ordine alla creazione. La bellezza e bontà del creato si coniuga con Gv 1,4 «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini». Il Pantocratore è fonte della bellezza e della bontà del creato; Egli è luce e vita per tutti. Gn 1,27 afferma che «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» e Eb 1,3-4 afferma: «Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli…». Unito nella sostanza a Dio Padre, il Figlio suo partecipa alla sua gloria e al suo potere. Da qui la sua signoria che risplende nel creato e nell’opera della salvezza, che contiene in sé sia l’Antica che la Nuova Alleanza. Col 1,15-18 asserisce: «Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili […]. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose». Nei versetti a seguire Col 1,19-20 offre il fondamento salvifico del Pantocratore: «Per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli». Ed Ef 1,3-6 recita: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua grazia». La ricchezza di queste citazioni rende bene la figura e il ruolo del Pantocratore sul piano della creazione e su quello della redenzione, la cui Signoria non è dominio sul mondo ma presenza vivificante, rischiarata dalla sua verità e dal suo amore.

Per concludere si può affermare che, diversamente dall’attribuzione del titolo Pantocratore alle varie divinità mitiche dell’ellenismo, nel cristianesimo il Pantocratore non è un mito ma una presenza reale divino-umana volta alla realizzazione dell’opera della creazione e della salvezza. Il suo farsi uomo nella storia umana è storia reale di luce e di vita. A lui possiamo e dobbiamo attribuite l’affermazione che Gesù Cristo fa di sé in Gv 14,6: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».

[1] Nimbato, dal lat. nimbatus, der. di nimbus, cioè “cinto di nimbo”, di aureola. Il “nimbo” è perlopiù costituito da un disco di luce, talora cinto di raggi (n. radiato) o con inserzione di figure simboliche, posto sulla testa (o dietro a essa) in immagini di divinità. Nel caso del Pantocratore il nimbo contiene la croce, perché il Cristo diviene “Signore” morendo sulla croce. Paolo dice che la croce è la nostra gloria. La gloria di Cristo è quella del Crocifisso e il Crocifisso diviene Signore della gloria nella risurrezione, sedendo alla destra del Padre. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice: «Padre è giunta l’ora (l’ora della croce), glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi Te. Poiché Tu Gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché Egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano Te, l’unico vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io Ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che Mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a Te, con quella gloria che avevo presso di Te prima che il mondo fosse» (Gv 17,1-5).

 

[2] Benedetto Rocco, La Cappella Palatina di Palermo, a cura della Accademia Nazionale di Scienze Lettere e Arti, Arti Grafiche Siciliane, Palermo 1993, pp.15-16.

[3] Ib., 16.


Confronto con la Martorana

Al centro della Cupola della Cappella Palatina, si trova il busto del Cristo Pantocratore. Nelle icone bizantine, ogni personaggio rappresentato viene anche indicato per nome: per Cristo vengono indicate le iniziali e le finali greche di “Gesù Cristo”. Alla Palatina non viene indicato il nome di παντοκράτωρ, “Pantocratore”, che invece è presente, per la stessa immagine, nell’abside del Duomo di Monreale.

Il termine παντοκράτωρ è composto da “panto” e “cratore” (“colui che ha potere su tutte le cose”): tutte le cose sono state create da Dio Padre, ma lo sono per mezzo del Figlio, che pertanto ha potere su tutte le cose.

Il Pantocratore ha uno sguardo serio e impassibile, imperturbabile; non guarda di fronte a sé, ma alla sua destra, guardandolo con gli occhi dalla navata centrale (d’altronde “siede alla destra del Padre”). Il suo apparente immobilismo e la sua staticità sono interrotti dal lieve rossore delle guance (Egli è il Cristo, il Figlio del Dio “vivente”) e dal doppio ciuffo frontale che rompe un eventuale schema di falso perfezionismo, suggerendo un movimento verso la sua sinistra, così come la chioma posta alle spalle.

Da una parte, la staticità sembra essere confermata dal braccio e dall’avanbraccio sinistri che racchiudono e stringono al petto il Libro di cui non viene mostrato il dorso.

Dall’altra parte, questa staticità viene interrotta dalla mano destra benedicente, con le dita ricurve verso il pollice: in particolare, l’indice incontra il pollice per impartire la benedizione del Padre, la benedizione divina di Dio che “dice bene” del Suo popolo. Le prime tre dita unite rappresentano le tre Persone della Trinità, il primo dito rappresenta il Padre; l’indice e il mignolo uniti rappresentano, rispettivamente, la duplice natura, divina e umana, del Figlio. La duplice natura di Cristo viene ricordata anche dalle sue vesti: la veste luminosa del Cristo risorto e trasfigurato e il mantello blu del Figlio che si è fatto uomo.

Alla Martorana, al centro dell’intradosso della Cupola, non si trova il busto del Cristo, bensì il Cristo in trono. È il Cristo Pantocratore? Il mosaico non lo afferma espressamente. Anche in questo caso dice solamente che si tratta di “Gesù Cristo” (con le iniziali e finali in lettere greche). La postura può apparire simile all’“Antico dei giorni”, di cui parla il profeta Daniele (cf Dn 7,9.13.22). Ma anche questa rimane una ipotesi non confermata da alcuna indicazione esplicita da parte del mosaico.

Anche nel Gesù Cristo della Martorana si osserva il doppio colore delle vesti (tipico della iconografia orientale del Cristo). Si ritrova anche il rossore delle guance e il doppio ciuffetto. Lo sguardo sembra, invece, frontale. Si nota poi che l’intera figura non è simmetrica all’orientamento dell’asse della Chiesa, ma crea un’angolazione verso sinistra. Anche qui, il Cristo è benedicente (le dita sono meno ricurve) e la sinistra tiene il Libro, senza avvolgerlo con l’avambraccio.

Attorno al Cristo della Martorana, la scritta, in greco, tratta dal Vangelo di Giovanni (8,12): «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». Attorno al Cristo della Palatina, la scritta, in greco, tratta dal Libro del profeta Isaia, recita: «Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi» (Is 66,1). Questo passo è comunque richiamato anche alla Martorana: il Cristo, seduto sul trono, poggia i piedi sul globo terrestre. Alla Palatina si trova il globo terrestre come sgabello del trono nell’Etimasia: il trono del Cristo escatologico. Un trono vuoto, con le insegne del Cristo e gli strumenti della passione. Sul trono il Libro è chiuso, coi sette sigilli, e sul Libro vi è una colomba. Questo trono è rappresentato subito sotto la Cupola, ad oriente.

Il Gesù Cristo della Cupola della Palatina, così come quello della Cupola della Martorana, è circondato da potestà angeliche: alla Palatina, dai quattro Arcangeli (Gabriele, Raffaele, Michele e Uriele - di quest'ultimo parla il libro apocrifo “Quarto Libro di Esdra”) - e da quattro Angeli; alla Martorana, solo dai quattro Arcangeli. Qui sono prostrati in adorazione, con le mani velate, per servire Dio; alla Palatina vestono gli abiti del Basileus o militari e tengono in mano il labaro e il globo, le mani non sono velate.

Sia alla Palatina che alla Martorana, l’osservatore si trova al centro di un “quinconce” che fa da base a una struttura a pianta quadrata (il presbiterio della Palatina e la Chiesa originaria della Martorana) che si eleva a cubo sormontato da una Cupola in cui è raffigurato il Pantocratore. Il passaggio dal quadrato (il terreno) alla sfera (il divino, la perfezione divina) viene effettuato attraverso il tamburo ottagonale in cui sono raffigurati i profeti e gli evangelisti, l’Antico e il Nuovo Testamento, il cui fulcro è Gesù Cristo posto, appunto, alla sommità dell’intradosso di entrambe le Cupole. Lo sguardo sale e dopo avere superato la struttura dell’elemento ottagonale (che richiama l’infinito), giunge all’icona della Cupola per contemplare l’Infinito.

Dostoevskij asserì che «la bellezza salverà il mondo». Egli non parlava della semplice bellezza estetica. Qui, alla Palatina e alla Martorana, attraverso la bellezza estetica, si può contemplare la “Bellezza” che salva il mondo e che “attira tutti a sé” (Gv 12,32). La contemplazione del Pantocratore ricorda allora che è alla santificazione (o meglio, alla “divinizzazione”) che si è chiamati.

 

Condtributo di Dario Stellino


Cronologia delle dominazioni in Sicilia, dall'età Normanna ad oggi, in relazione alla Cappella Palatina