Verbum Caro 2014

L’altare della reposizione del Cristo Eucaristia.

Nella parete occidentale delle chiese con abside rivolta ad Oriente è la porta principale che simboleggia Cristo, unica porta attraverso la quale si giunge al Padre. Nella Cappella Palatina, al suo posto, è il soglio regio ove è allestito l’altare della reposizione. In varie chiese medioevali d’oltralpe in tal luogo era allocato un sepolcro (sovente d’un santo) per quel complesso rimando tra la morte, fine dell’esistenza terrena e la vita eterna nella Gerusalemme celeste cui giungere solo passando attraverso l’unica Janua Coeli che è Cristo.

Nel tabernacolo-repositorio (da riposto, custodito) è Cristo Eucaristia sotto la specie del pane. La teca, memoria dell’arca dell’Alleanza con le tavole della Legge conservata nel Tabernacolo, la tenda-tempio nel peregrinare di Israele nel deserto durante l’Esodo, è conformata come un’urna sepolcrale (donde l’errato appellativo di sepolcro) a ricordare che la resurrezione di Cristo, compimento della Legge, passa attraverso la morte.

Reposizione e non ostensione perché più marcata sia la fede nella presenza viva di Cristo che pur non vediamo. Figurazione di un processo di ritorno alla terra che si svolge nella notte, in cui può rifulgere maggiormente la luce della resurrezione dal quel sepolcro scavato nella roccia e richiamo alla notte della natività a Betlemme, quando nella grotta, il soffitto a muqarnas e stalattiti della navata centrale della Cappella la richiama, rifulgeva la luce di Cristo bambino. Questa è la notte in cui, dopo avere lasciato, per l’Umanità intera, Se stesso nell’Eucaristia, tradito e arrestato, Cristo patisce l’abbandono dei discepoli e la sofferenza. Suo è, in questa notte, l’invito alla veglia e alla preghiera. E noi pellegrini con la visita all’altare della reposizione esprimiamo il cammino dell’Umanità redenta verso Cristo e la Gerusalemme celeste.

La tradizione popolare che vuole una visita non solo ad una singola o a due chiese, ma a tre o cinque o sette, è proprio la l’espressione, numericamente tradotta, del peregrinare dei “romei” (chi andava a Roma a pregare sulle tombe degli apostoli) verso le tre basiliche patriarcali (S. Pietro, S. Paolo, la Cattedrale del Laterano a cui potevano aggiungersi, S. Maria Maggiore e S. Croce in Gerusalemme, ed ancora S. Sebastiano e S. Stefano Rotondo.

Nell’equivalenza tra mensa sacrificale, dove si compie il mistero del rendimento di grazie della Eucaristia, e la croce, trono di Cristo re dell’Universo e strumento del suo martirio, i simboli della passione divengono simboli eucaristici e poiché “…tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” tutto il creato di Lui discorre e Gli rende onore.

Ornamenti di fiori vivi (segno di vita che si rigenera) ma solo recisi perché gli unici che possono essere posti in prossimità dell’altare ove si celebra l’offerta sacrificale di Cristo morto e risorto, arbusti e foglie, veri ma anche in effige, sbalzati, incisi, ricamati, che sono continuo richiamo a Cristo e alla Vergine Madre, corredentrice dell’Umanità.

Gigli bianchi (neanche Salomone nella sua grandezza avrebbe mai potuto vestire di tanta bellezza) per la festa che tributiamo al calice virginale di Maria che genera Cristo, artefice della Grazia; rose rosse spinate che alla Deipara, rosa mistica, offrono la passione dolorosa del Figlio; garofani, che nascondono tra i petali i chiodi della croce; anturie cuoriformi rosse a segno dell’amore che arde e bianche ad indicare l’unione sponsale di Cristo e della Sua Chiesa , iris che sono annunzio dell’Incarnazione e presagio (per effetto delle sagoma delle foglie) del dolore per la Sua passione e morte; fiordalisi e papaveri che occhieggiano tra le spighe di grano di cui sono compagni e ne richiamano la valenza eucaristica; tulipani che simboleggiano il divino amore. E ancora margherite che nel nome, traducibile in perle, racchiudono la visione della Gerusalemme celeste (le cui dodici porte sono perle) e la memoria del battesimo nascendo, la perla, dalla conchiglia e dall’acqua; crisantemi, fiori della resurrezione che per questo portiamo ai nostri defunti.

E poi edera, segno d’immortalità dell’anima e di vita eterna; acanto, le cui foglie, distaccate dalla pianta, presto muoiono. Ma, pur privata d’ogni foglia, vede il suo fiore che sboccia e puntualmente la pianta risorge; palme simbolo di gloria, ma anche di martirio perché ai martiri è data la gloria celeste; alloro segno di vittoria e di trionfo; aspidistria, dalle foglie a forma di lancia come quella che trafisse il Santo Costato facendone sgorgare il sangue e l’acqua nel connubio che lega l’acqua di salvezza del Battesimo al sangue dell’Eucaristia; monstera il cui nome richiama il prodigio della natura; aralia che con le foglie a nove terminazioni fa riferimento alla tripla triade, oleandro, l’arbusto venefico dalle cui foglie lanceolate si ricavava un medicamento; ficus Benjamin, che ricorda nel nome il fico, albero del peccato e quindi della redenzione e, nel suo complemento che vuol dire prediletto, la predilezione del Padre per il Figlio redentore; infine la comune canna palustre, scettro del Cristo percosso e deriso e segno della Sua divina regalità. Come ferula era bastone dei pontefici e dei ciantri capitolari.

I vasi, segno della Grazia che fiorisce dal ventre virginale di Maria, sono addobbati con “frasche” dal vario fogliame, fiorite di numerose e diverse essenze, segno anche della diversità nell’unità della Chiesa. Particolari quelli con l’edera cuoriforme appellata “pampino di Paradiso”. Nel cielo del baldacchino s’arricchiscono di spighe di grano e tralci vitinei, esplicitando il concetto di Grazia riversata attraverso Cristo Eucaristia. Nell’apparato i ricami svolgono l’elogio del creato, in un susseguirsi di girali e meandri, che rappresentano il percorso che il fedele compie per giungere a Cristo. Tra i piatti d’argento quello con Orfeo che si trae vittorioso dagl’Inferi, attraendo a se le creature con la sua musica, è richiamo alla prefigurazione di Cristo nella mitologia classica.

Le flebili fiammelle di ceri e candele che si consumano sono tributo di luce a Colui che è la Luce vera che mai si spegne; oro e argento, associati al sole e alla luna, sono omaggio al Re dell’Universo, cinque gradini (cinque è numero legato a Cristo e alle Sue Sante Piaghe, generato da quattro che è numero di umanità più l’uno che è segno dell’assoluto e del divino) conducono all’ara sacrificale sollevata d’un suppedaneo onorifico in quanto altare-trono come cinque sono le lampade pensili che ardono innanzi all’altare. Tutte hanno forma a vaso di grazia da cui scaturisce la Luce e due in particolare sono baccellate come una zucca, frutto collegato al profeta Giona (uscito vivo dal ventre della balena) e posto quale segno anticipatorio della resurrezione.

Sotto il grandioso ciborio che viene a costituirsi tra le quattro colonne (di cui due addossate alla parete occidentale), a modo di grandioso baldacchino parzialmente velato da cortine rosse, secondo un uso in auge fino all’alto Medioevo, è la via che conduce alla Gerusalemme Celeste. È rivestita d’edera perché speranza di vita eterna, con centoquarantaquattro piccole fiaccole che sono indicative del numero fondante della Città Celeste, essendo il quadrato di dodici e allusivo al numero dei salvati segnato, in Apocalisse, con centoquarantaquattromila, indicativo di una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare e ad esprimere che tutti possiamo, senza limiti, beneficiare dell’Amore di Dio il quale è misericordioso anche nei confronti di quelli che, chiamati a lavoro alla fine della giornata, ricevono la stessa paga di coloro che hanno principiato di buon ora. Questi hanno sperimentato e goduto per più tempo in questa vita terrena dell’amicizia e della fratellanza di Cristo e hanno, già in terra, avuto parte della loro mercede. Non lasciamoci cogliere dalla sindrome del fratello del figlio prodigo il quale esprime gelosia nei confronti dell’amore del Padre che riaccoglie nel suo seno il peccatore dissipatore della Grazia e per lui fa pure una gran festa.

Ma il cammino è in salita e la croce è il mezzo che ci conduce a Cristo. Se ne individua una con i bracci uguali alla maniera greca, centrata nell’onphalos da un piatto votivo d’argento esapartito (sei è numero indicativo del compimento della creazione che in Cristo ha il suo fulcro) e umbonato al centro con l’eliotropo simbolo di Cristo nuovo sole che sorge, ed ornato di tulipani a segno dell’amore divino non solo per la sua forma a calice ma per l’enorme prezzo che in antico aveva questo fiore, comunque mai paragonabile a quello pagato da Gesù Cristo per il riscatto dell’Umanità. È contornata di piccoli crisantemi perché fiori di resurrezione, lucente ancor più di fiammelle bianche, segno della luce di Cristo, il nuovo sole che sorge (la croce è antichissimo simbolo precristiano di rinascita solare).

Posto sulla mensa, addobbata con un antependium con il simbolo dell’Agnello mistico sul libro dei sette sigilli, é il repositorio-urna, con incisi i simboli della Passione (tunica inconsutile, dadi, corona di spine, calice, canne, golgota, croce, lancia, spugna, flagelli, guanto, alabarda, catene, chiodi, martello, lanterna, tenaglia, vessillo, colonna, scala), sormontato da cuspide crucigera a memoria del Calvario, è coronato da una coppia di cornucopie, segno dell’abbondanza della Grazia riversata da Cristo. La portina con apertura a ponte, che ricorda che Cristo è ponte con il Padre, è vegliata da due angeli, immagine della Corte celeste che lo adora. Poggia su un doppio basamento, di cui uno embricato a ricordare le squame del pesce (nell’acronimo greco ICHTHUS è Iesous Christos Theou Huios Soter- Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore) e l’altro con il monogramma cristologico bernardiniano IHS.

Le cortine rosse che delimitano l’area, a richiamare il conopeo del tabernacolo eucaristico e i teli della pergula nell’antica basilica vaticana (anche la Cappella è titolata a san Pietro), sono anche lato riferimento al velo del Tempio, il grande drappo che segnava il limite tra la parte destinata ai sacrifici e il Sancta Sanctorum, sede dell’Arca, squarciatosi quando Gesù, rimettendo lo spirito nelle mani del Padre, spirò. Il bianco, colore della pienezza della luce, della festa celeste, di coloro che, nell’Apocalisse di Giovanni, “…hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello…”, ha il suo corrispondente nel rosso, utilizzato il Giovedì santo nei riti orientali ed ambrosiano, che esprime la regalità di Cristo, la Sua divinità, l’effusione del sangue e dello spirito. Un grande “tosello” rosso, centrato dall’occhio di Javeh, vi svolge funzione di fondale sovrammesso ad una cortina bianca, in segno di festa, mentre un grande baldacchino in seta bianca, ove campeggia la colomba dello Spirito Santo in una raggiera di luce, lo sovrasta quale rappresentazione del cielo e segno onorifico tributato dalla Chiesa a Cristo Re.

Su tutto troneggia, entro la grandiosa cuspide che esprime tensione mistica, l’arcata ogivale (diversa dalle altre della Cappella) generata da un triangolo perfettamente equilatero che è richiamo alla Trinità e concettuale segno delle mani giunte in preghiera. All’interno dell’ideale triangolo trinitario la croce gloriosa dorata di luce, filettata di rosso perché segno della divinità, della regalità e del martirio di Cristo, di foggia latina ad indicare che Egli è Alfa e Omega, principio e fine di tutte le cose.

Giovedì Santo A.D. MMXIV - Palermo, Cappella Palatina, Chiesa Superiore di S. Pietro Apostolo